ROSSOCUBO    / il progetto

ROSSOCUBO / il progetto

“l’artista è un manipolatore di segni prima che un produttore di oggetti d’arte e lo spettatore un lettore attivo di messaggi piuttosto che un contemplatore passivo dell’estetica o un consumatore dello spettacolare” (Hal Foster, 1985)

 

azioni itineranti ad impatto variabile

project in motion of variable impact

 

 

Stefano Venezia: “È l’azione e non il prodotto ciò che a me interessa. L’opera è solo una testimonianza dell’azione avvenuta”.

Stefano è un creatore di situazioni, di dispositivi estetici che, nella loro forma più recente, coinvolgono gli spettatori, invitandoli a prendere del tempo o meglio a prendere il tempo, a coglierlo per plasmarlo.

Rossocubo è un progetto, un sistema di segni portato di volta in volta a modificare il proprio significante, adattandolo al contingente. Un cantiere in divenire che, ben trasformandosi, accumula e conserva le tracce del proprio proliferare.

Prende origine da azioni performative che negli anni sono andate assumendo la forma di interventi artistici nello spazio pubblico. Lungi dall’essere conclusi in sé, tali interventi necessitano di essere compartecipati per produrre senso. Si realizzano attraverso il coinvolgimento sensoriale e emotivo del pubblico, veicolato attraverso azioni condivise.

È quindi un processo in continuo spostamento, che attraverso la reiterazione di una determinata forma, si inserisce nel contesto in cui sceglie di operare.

La forma è quella del cubo, sviluppo volumetrico del quadrato, da sempre simbolicamente legato alla terra, ai quattro punti cardinali, ai quattro elementi, in breve all’ordinamento terrestre elaborato dall’uomo. In uno stato di massima disponibilità, il cubo si dà come organismo in costante proliferazione. Il processo che esso manifesta e contiene si sposta da un medium all’altro, da un tempo all’altro e così da un luogo all’altro, come fosse un dispositivo in circolazione libera.

Il senso che Rossocubo assume è legato alla messa in situazione di un dialogo con la natura e con la nostra produzione del tempo e della memoria.

Nato nel 2002 come installazione modulare in ambiente naturale, composta da cubi rossi disposti regolarmente sull’erba, è diventato progressivamente un raccoglitore collettivo di tracce e passaggi tra i sentieri di montagna.

Nella forma più attuale, si è espanso ulteriormente, configurandosi come contenitore di situazioni e azioni condivise. È approdato nello spazio urbano, portando con se la traccia del suo dialogo con la natura, diventato ora un pretesto per coinvolgere le persone a condividere tempo e azioni comuni.

Nella ricerca artistica in cui si sviluppa la versione più recente di Rossocubo, la percezione e la rappresentazione del rapporto uomo-ambiente naturale è quindi utilizzata come valore di scambio con un pubblico chiamato a commuoversi, nel senso di muovere con.

Tale ricerca è l’obiettivo attraverso il quale Stefano osserva e sollecita l’analisi del legame che ognuno intrattiene con il proprio tempo. I dispositivi che mette in atto invitano infatti le persone a dedicarsi alla piacevole praxis di produrre una temporalità propria, estrapolata dagli imperativi socio-economici.

La proposta significativa dell’artista è quella di attuare uno scambio di tempo. Accettare di investire del tempo per sé stessi, ricevendo in cambio l’esperienza stessa e la disponibilità di uno spazio in cui condividerla, il quale porta l’impronta della volontà dell’artista e delle persone coinvolte. La valorizzazione del tempo speso e il piacere tratto nello spenderlo è allora proporzionale all’investimento che ognuno può e intende fare, nella logica di un’economia solidale. La persona è invitata a concedere minuti e istanti da dedicare a un gesto, un ricordo, una sensazione, un’azione in cui la natura diventa un veicolo attraverso il quale riconsiderare la qualità del proprio vissuto. Gesti significativi che partecipano alla messa in discussione del sistema di compravendita di minutaggi della società attuale.

Nell’era del consumismo e dello spettacolare, il tempo, essenzialmente quello della produzione economica, è percepito come fattore esterno, incalzante e impersonale. Privo e privato di storia, come denuncia Guy Debord in “La Società dello spettacolo”, esso proietta le persone in un “presente astratto”, in cui si vendono “blocchi di tempo attrezzati” e consumabili.

La pratica artistica di Stefano, proiettandosi nel ritmo del quotidiano, tenta discretamente di nutrire la coscienza di tale distorsione del tempo personale e collettivo. Propone in alternativa di attribuire un valore e un senso, che ognuno è libero di determinare, a gesti e azioni a cui si può altrettanto liberamente contribuire. Gesti e azioni che permettono al pubblico di gustare momenti di autentica consacrazione alla produzione e al godimento di tempo per sé stessi.

Astraendosi dalla logica di diffusione di un prodotto concluso, il processo di cui l’artista si fa promotore, sviluppa una critica intrinseca non solo del tempo della produzione economica ma anche del sistema di compravendita dell’opera d’arte. Rossocubo, passando da essere forma-contenuto a contenitore-ambiente, si dà come semplice contesto, in cui l’opera esiste in qualità di situazione condivisa. Abbandonata la materialità dell’oggetto finito, è il tempo a essere usato come elemento costruttivo di un lavoro in progress. Condizione formale dell’esistenza dell’opera, esso è elaborabile e modificabile da chiunque.

Stefano rinuncia in questo senso all’unicità del privilegio autoriale, per suggerire la necessità di creare ambienti e situazioni in cui si sia liberi di coltivare il proprio tempo e valorizzarlo attraverso opere condivise. Spogliando il gesto artistico della sua esclusività e appropriandosi dell’affermazione di Joseph Beuys: “siamo tutti artisti”, si fa promotore di una nozione aperta e partecipativa di arte, intesa come espansione e condivisione dell’azione creativa. Un’arte impegnata nella soddisfazione di bisogni primari, quali il piacere di prendere tempo.

Michela Sacchetto

 

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